PFAS nel food packaging: dal ‘PFAS-free’ alla governance della conformità

Punti chiave

Quando parliamo di packaging alimentare, un requisito normativo raramente rimane confinato alla normativa.

Nei precedenti approfondimenti abbiamo osservato il cambiamento da due prospettive complementari. Prima il PPWR come occasione per ripensare materiali, portafoglio e responsabilità. Poi il cambio packaging come decisione industriale da valutare oltre il prezzo della nuova soluzione.

Il requisito sui PFAS aggiunge ora un terzo livello:

quanto conosciamo realmente la specifica che utilizziamo e quanto sono solide le evidenze sulle quali ne dichiariamo la conformità?

Il PPWR introduce limiti specifici per i PFAS negli imballaggi a contatto con alimenti. Per le imprese il cambiamento riguarda non soltanto la documentazione, ma il modo in cui specifiche, fornitori, analisi, shelf life e validazione industriale vengono governati insieme.

Per molte aziende alimentari la prima domanda è quasi inevitabile: “Il nostro packaging è PFAS-free?”

È una domanda comprensibile. Ma, dal punto di vista normativo e industriale, non è sufficiente.

Dal 12 agosto 2026 il Regolamento (UE) 2025/40 sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio — PPWR — stabilisce specifici limiti alla concentrazione di PFAS negli imballaggi destinati al contatto con alimenti.

La questione, quindi, non si esaurisce in una formula commerciale o in una dichiarazione generica ricevuta lungo la filiera.

La domanda più utile diventa:

Siamo in grado di dimostrare la conformità della specifica di packaging che utilizziamo e, se dobbiamo sostituirla, siamo sicuri che la nuova soluzione continui a garantire sicurezza alimentare, integrità, shelf life e producibilità?

È qui che il requisito normativo incontra la realtà industriale.

Perché cambiare un coating, una carta, un film o una struttura può modificare proprietà barriera, saldabilità, comportamento sulle linee, integrità della confezione e durata commerciale del prodotto.

La conformità chimica è necessaria. Ma non basta, da sola, a definire un buon packaging alimentare.

Dal 12 agosto 2026 questa domanda non è più soltanto preparatoria. L’articolo 5(5) del Regolamento (UE) 2025/40 introduce infatti specifici limiti alla presenza di PFAS negli imballaggi destinati al contatto con alimenti.

Una dichiarazione “PFAS-free” può rappresentare un’informazione utile, ma non coincide automaticamente con la dimostrazione della conformità richiesta dal Regolamento. E se dalla verifica emerge la necessità di cambiare materiale, il problema torna immediatamente industriale: la nuova struttura dovrà continuare a proteggere l’alimento, funzionare sulla linea e garantire le prestazioni richieste durante la shelf life.

Il requisito PFAS mette quindi alla prova due capacità contemporaneamente: conoscere ciò che acquistiamo e governare ciò che cambiamo.


Cosa cambia realmente dal 12 agosto 2026

L’articolo 5(5) del Regolamento (UE) 2025/40 sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio — PPWR — stabilisce che, a partire dal 12 agosto 2026, il food-contact packaging non possa essere immesso sul mercato se contiene PFAS in concentrazioni pari o superiori alle soglie previste dal Regolamento:

  • 25 µg/kg, equivalenti a 25 ppb, per ciascun PFAS misurato mediante analisi mirata, con esclusione dei PFAS polimerici dalla quantificazione;
  • 250 µg/kg, equivalenti a 250 ppb, per la somma dei PFAS misurati mediante analisi mirata, dove applicabile con preventiva degradazione dei precursori e con esclusione dei PFAS polimerici dalla quantificazione;
  • 50 mg/kg, equivalenti a 50 ppm, per i PFAS complessivi, inclusi i PFAS polimerici.

Questi valori richiedono una precisazione importante: sono limiti di concentrazione dei PFAS nell’imballaggio, non limiti di migrazione nell’alimento.

Il PPWR, inoltre, non introduce in questo articolo un requisito di “assenza assoluta” dei PFAS. Stabilisce che il packaging destinato al contatto con alimenti non possa essere immesso sul mercato quando contiene PFAS in concentrazioni pari o superiori alle soglie previste.

Anche espressioni come “PFAS-free” devono quindi essere utilizzate con attenzione: una dichiarazione di questo tipo non coincide automaticamente con il criterio di conformità definito dal Regolamento e non sostituisce le evidenze riferite alla specifica di packaging considerata.


Azienda alimentare e fornitore: prima di tutto occorre chiarire i ruoli

Su questo punto è importante evitare semplificazioni.

Il PPWR attribuisce obblighi specifici ai diversi operatori economici e utilizza una precisa definizione di fabbricante.

Ai fini del Regolamento, il fabbricante può essere la persona fisica o giuridica che fabbrica un imballaggio o un prodotto imballato, tenendo conto delle condizioni e delle distinzioni previste dal PPWR.

Per molte imprese alimentari questo significa che il proprio ruolo non può essere valutato semplicemente contrapponendo “azienda alimentare” e “fornitore di packaging”. Occorre verificare quale posizione assuma ciascun soggetto nella specifica configurazione della filiera.

Al fabbricante il Regolamento attribuisce obblighi relativi alla conformità, alla relativa valutazione, alla predisposizione della documentazione tecnica e alla dichiarazione UE di conformità prevista.

Il fornitore di imballaggi o materiali di imballaggio, a sua volta, deve mettere a disposizione le informazioni e la documentazione necessarie affinché il fabbricante possa dimostrare la conformità.

Ne deriva un principio operativo importante: la documentazione del fornitore è essenziale, ma una generica dichiarazione commerciale non è automaticamente equivalente alle evidenze necessarie per dimostrare la conformità della specifica di packaging utilizzata.

La prima domanda, quindi, non è soltanto: “Abbiamo ricevuto una dichiarazione?” ma anche:

“Qual è il nostro ruolo ai sensi del PPWR e le evidenze disponibili sono realmente riferibili alla struttura che stiamo utilizzando?”


Anche la gestione delle scorte richiede di conoscere il flusso reale

Un altro punto che può generare semplificazioni riguarda gli stock.

I chiarimenti pubblicati dalla Commissione europea nel giugno 2026 precisano che il PPWR non prevede un generale periodo transitorio che consenta di esaurire, dopo il 12 agosto, tutti gli stock di food-contact packaging contenenti PFAS prodotti precedentemente.

La distinzione riguarda l’immissione sul mercato.

Gli imballaggi già immessi sul mercato prima della data di applicazione possono rimanervi, mentre quelli immessi successivamente devono rispettare le disposizioni applicabili. Ma anche in questo caso occorre evitare regole troppo semplici.

L’applicazione concreta dipende dalla tipologia di packaging, dal soggetto economico coinvolto, dal prodotto confezionato e dal momento nel quale avviene effettivamente l’immissione sul mercato.

Per un’impresa alimentare, quindi, conoscere soltanto quante bobine, vaschette o astucci siano presenti in magazzino può non essere sufficiente.

Serve comprendere che cosa abbiamo, dove si trova nella filiera, a quale prodotto è destinato e quale sia la posizione normativa dello specifico caso.


Il laboratorio produce evidenze. Non può sostituire la conoscenza del packaging

Il testing è un altro passaggio nel quale dobbiamo evitare una risposta automatica.

La Guidance della Commissione del 2026 riconosce la disponibilità di diversi protocolli analitici per i PFAS, ma anche l’assenza, allo stato attuale, di una metodologia armonizzata a livello UE specifica per i PFAS nel food-contact packaging.

Viene quindi proposto un approccio progressivo basato sulle capacità analitiche disponibili.

Un primo livello può essere rappresentato dalla quantificazione del Total Fluorine, TF. Secondo l’approccio indicato dalla Commissione, quando il TF è inferiore a 50 mg/kg il campione può essere considerato conforme. Occorre però prestare attenzione all’interpretazione del risultato opposto.

Un TF superiore a 50 mg/kg non dimostra automaticamente che i PFAS complessivi siano superiori al limite di 50 mg/kg. Può essere necessario verificare quanto del fluoro rilevato sia organico e quanto sia invece inorganico. Per i limiti di 25 e 250 µg/kg la Commissione indica inoltre ulteriori livelli di approfondimento analitico.

Questo percorso è importante, ma non va trasformato in ciò che non è: un metodo armonizzato ufficiale unico valido indistintamente per tutta l’Unione europea.

Per l’impresa la conseguenza è significativa.

La strategia di conformità non dovrebbe necessariamente consistere nel mandare ogni packaging disponibile in laboratorio. Prima dobbiamo capire quanto conosciamo della struttura, quale qualità hanno le evidenze del fornitore, dove esistono lacune e quanto quel materiale sia critico per il business.

Il testing può quindi essere utilizzato in modo risk-based, non per evitare le analisi dove servono, ma per concentrarle dove possono realmente ridurre l’incertezza e migliorare la decisione.

Il dato analitico è un’evidenza. Non è, da solo, il sistema di governo della conformità.


Concentrazione nel packaging e migrazione nell’alimento sono due piani diversi

È utile mantenere separati due temi che possono facilmente essere sovrapposti.

Ai fini dell’articolo 5(5) del PPWR, la conformità riguarda la concentrazione di PFAS nell’imballaggio rispetto alle soglie previste dal Regolamento. Non viene introdotto, con questa disposizione, un limite di migrazione dei PFAS dal packaging all’alimento.

La possibile migrazione dai materiali destinati al contatto alimentare rimane un tema scientifico e di sicurezza dei materiali che può essere rilevante in altri contesti di valutazione. Ma è un piano diverso e non deve essere trasformato in un ulteriore requisito necessario per dimostrare la conformità alle tre soglie PFAS del PPWR.

Per l’impresa è quindi importante non sovrapporre le domande: una riguarda quanto PFAS è presente nel packaging ai fini della conformità al PPWR; un’altra riguarda l’eventuale trasferimento di sostanze dal materiale all’alimento e la sua valutazione nell’ambito della sicurezza dei materiali a contatto.

Tenere distinti questi due piani aiuta anche a evitare analisi, preoccupazioni o decisioni che non derivano direttamente dal requisito normativo che stiamo affrontando.


L’errore da evitare: sostituire il packaging e considerare chiuso il problema

È qui che il tema PFAS si ricollega direttamente a una questione che abbiamo approfondito nell’articolo “Il vero costo di un cambio packaging non è il prezzo della nuova bobina”: una nuova struttura non può essere valutata soltanto per il requisito che ci spinge a sostituirla, ma per gli effetti che il cambiamento produce sull’intero sistema alimento–imballaggio–processo.

Supponiamo che il dossier disponibile non sia sufficiente o che una struttura debba essere sostituita.

La soluzione alternativa rispetta i requisiti PFAS.

È sufficiente? No.

La conformità risolve una parte del problema. Non dimostra che il nuovo materiale sia equivalente nelle condizioni reali di utilizzo.

  • Se svolge una funzione barriera, dobbiamo verificare che continui a proteggere l’alimento.
  • Se entra su una linea ad alta velocità, dobbiamo capire cosa succede a formatura, saldatura, tensionamento e stabilità.
  • Se cambia la permeabilità a gas o vapore, dobbiamo valutarne gli effetti sulla shelf life.
  • Se richiede più materiale, più scarto o un rallentamento del processo, dobbiamo inserire queste conseguenze anche nel business case.

Il requisito PFAS aggiunge quindi un passaggio precedente alla valutazione economica della sostituzione: prima ancora di chiederci quanto costerà il nuovo materiale, dobbiamo sapere quali specifiche richiedano davvero un intervento e sulla base di quali evidenze.

La sequenza diventa:

conoscenza della specifica → verifica della conformità → valutazione del rischio → eventuale alternativa → qualifica tecnica e industriale → decisione economica.

È questa continuità che consente di evitare due errori opposti.

Da una parte, sottovalutare la compliance.

Dall’altra, modificare precipitosamente una struttura senza aver valutato le conseguenze che il cambiamento produrrà sull’intero sistema.


Da dove partire: costruire una mappa, non inseguire singoli documenti

Quando abbiamo affrontato il PPWR nella sua prospettiva più ampia, avevamo già indicato nella mappatura degli imballaggi, nella valutazione dei rischi e nel coinvolgimento dei fornitori alcuni dei passaggi utili per trasformare il nuovo quadro normativo in una gestione più consapevole del packaging. Il requisito PFAS rende ora questa esigenza molto concreta: per verificare la conformità dobbiamo prima sapere con precisione quali specifiche utilizziamo e quali evidenze sono associate a ciascuna di esse. È una continuità diretta con il percorso già proposto nell’articolo dedicato al PPWR.

Quando il portafoglio packaging è ampio, affrontare il tema codice per codice senza una priorità rischia di generare molto lavoro e poca visibilità.

Un primo strumento utile può essere un Packaging Master Register, non come nuovo archivio burocratico, ma come una base condivisa capace di collegare almeno:

  • codice interno;
  • fabbricante e fornitore;
  • struttura e componenti pertinenti;
  • coating e trattamenti, quando rilevanti;
  • prodotto o famiglia di prodotti associati;
  • condizioni d’uso;
  • documentazione PFAS disponibile;
  • eventuali report analitici;
  • stato della qualifica;
  • criticità della specifica;
  • alternative disponibili.

Il valore non sta nell’aggiungere un altro file, ma nel rendere visibile una relazione che spesso rimane dispersa tra Acquisti, Qualità, R&D e Packaging.

Quale materiale utilizziamo? Quale evidenza possediamo? Quanto è solida? E cosa succede se dobbiamo cambiare?

Quando queste informazioni sono collegate, possiamo smettere di reagire ai singoli documenti e iniziare a governare il portafoglio.


Non tutti i packaging richiedono la stessa profondità di verifica

La stessa logica risk-based utilizzata per valutare un cambio packaging diventa particolarmente utile anche nella gestione dei PFAS: non tutti i materiali hanno la stessa criticità e non tutte le evidenze mancanti producono lo stesso rischio per l’impresa.

Una struttura utilizzata su grandi volumi, con single sourcing, funzione barriera determinante e assenza di un’alternativa già validata merita una priorità diversa rispetto a una referenza secondaria supportata da un dossier robusto e da più fonti qualificate.

Possiamo quindi incrociare almeno tre dimensioni:

rischio di conformità, criticità tecnologica e rilevanza per il business.

All’interno di questa matrice diventa possibile distinguere:

  • materiali per i quali la documentazione disponibile è già sufficientemente robusta;
  • situazioni nelle quali occorre integrare il dossier;
  • packaging sui quali è opportuno pianificare un approfondimento analitico;
  • strutture per le quali è prudente iniziare a valutare alternative;
  • specifiche la cui eventuale sostituzione richiederà prove industriali e studi di shelf life più approfonditi.

Il vantaggio non è soltanto organizzativo. Significa poter utilizzare tempo, laboratorio, prove di linea e risorse tecniche dove il rischio giustifica realmente l’investimento.


Il vero punto critico arriva dopo l’approvazione: il change control

Qualificare una specifica oggi non garantisce automaticamente che resterà identica nel tempo.

Un coating può cambiare. Possono cambiare un adesivo, un additivo, una materia prima, la quota di materiale riciclato, il sito produttivo, un processo o un subfornitore.

Se queste modifiche non entrano nel sistema informativo dell’azienda alimentare, possiamo trovarci nel tempo a utilizzare un materiale diverso da quello sul quale abbiamo costruito la nostra valutazione.

Il tema PFAS rende quindi ancora più importante una domanda che vale per tutta la gestione del packaging: quali modifiche deve comunicarci il fornitore e quali richiedono una nuova valutazione?

Il PPWR richiede ai manufacturer di adottare misure affinché la produzione in serie rimanga conforme alla documentazione tecnica e ai requisiti applicabili. La documentazione stessa deve permettere di valutare la conformità del packaging e includere, tra gli elementi pertinenti, caratteristiche progettuali, materiali, specifiche tecniche e report di prova.

Per l’impresa alimentare questo principio si traduce in un change control che dovrebbe collegare supplier qualification e packaging approval.

È il passaggio che trasforma il PFAS da progetto legato alla scadenza del 2026 a componente permanente del sistema di gestione.


Quando le informazioni attraversano i reparti, la compliance diventa anche organizzazione

Un requisito di questo tipo difficilmente può essere governato da una funzione isolata.

  • Regulatory e Quality devono interpretare requisiti ed evidenze.
  • Procurement deve trasformarli in richieste chiare verso i fornitori.
  • R&D e Packaging devono capire cosa cambia nella struttura.
  • Operations deve valutare le conseguenze reali sulla linea quando serve una sostituzione.
  • Supply Chain deve governare scorte, tempi e dipendenze.
  • La direzione deve decidere le priorità quando rischio normativo, disponibilità delle alternative, investimenti e continuità produttiva entrano in conflitto.

La dimensione People+ emerge qui in modo molto concreto.

Non perché la conformità debba essere trasformata in un tema genericamente “umano”, ma perché la qualità delle informazioni dipende anche da chi deve produrle, condividerle, interpretarle e trasformarle in una decisione.

Una specifica non aggiornata, un cambio fornitore non comunicato o una prova industriale i cui risultati restano all’interno di una singola funzione possono rendere fragile un dossier apparentemente completo.

Allo stesso modo, coinvolgere la Produzione soltanto dopo avere scelto l’alternativa può significare scoprire tardi che il nuovo materiale richiede continue compensazioni per funzionare.

La qualità della collaborazione entra quindi nella qualità della compliance.


Dalla conformità PFAS alla Packaging Compliance by Design

A questo punto il requisito normativo ci restituisce quattro domande molto semplici:

  • Sappiamo esattamente quale packaging utilizziamo?
  • Sappiamo quali evidenze ne dimostrano la conformità?
  • Sappiamo cosa accade quando quella specifica viene modificata?
  • Sappiamo cosa accade all’alimento e al processo quando dobbiamo sostituirla?

Se rispondere richiede settimane di ricerca tra file, fornitori e funzioni aziendali, il problema probabilmente non riguarda soltanto i PFAS. Riguarda il modo in cui governiamo il packaging.

È in questo senso che possiamo parlare di Packaging Compliance by Design.

Non come slogan o nuova procedura da aggiungere alle altre, ma come principio operativo: compliance normativa, tecnologia alimentare, packaging, Procurement, Quality e Operations entrano nella decisione abbastanza presto da evitare che un problema emerga quando materiale, lancio o investimento sono già stati definiti.

Il percorso editoriale che abbiamo sviluppato sul packaging porta, in fondo, nella stessa direzione.

Prima abbiamo osservato il PPWR come cambiamento capace di incidere sul portafoglio, sui fornitori e sulle competenze dell’impresa.

Poi abbiamo affrontato il cambio packaging come decisione industriale, mettendo in relazione costo, processo, shelf life e valore dell’alimento.

Il requisito PFAS aggiunge oggi un terzo passaggio: qualificare le prestazioni, misurare il valore e governare la conformità nel tempo.

Sono tre dimensioni della stessa decisione.


Una scadenza che è diventata un requisito operativo

Il 12 agosto 2026 non è più una scadenza da preparare: è la data dalla quale il requisito PFAS previsto dall’articolo 5(5) del PPWR è applicabile. Più in generale, il Regolamento (UE) 2025/40 si applica dal 12 agosto 2026, pur prevedendo per numerosi altri requisiti un calendario differenziato.

Non tutto il quadro tecnico presenta però lo stesso grado di maturità.

Rimane, in particolare, l’assenza di una metodologia analitica armonizzata a livello UE specifica per i PFAS nel food-contact packaging; la Guidance della Commissione propone per questo un approccio analitico progressivo basato sulle capacità attualmente disponibili.

Questa distinzione deve rimanere chiara. Non serve attendere che ogni elemento scientifico sia definitivo per organizzare la compliance. Allo stesso tempo, non dobbiamo trasformare dati, screening o evidenze parziali in conclusioni più certe di quanto consentano i metodi disponibili.

Possiamo quindi considerare il 12 agosto 2026 semplicemente come la data dalla quale rispettare un nuovo requisito. Oppure possiamo usarlo come verifica della maturità con cui governiamo materiali, specifiche, fornitori e modifiche.

Nel secondo caso il lavoro svolto sui PFAS lascia qualcosa che rimane utile anche dopo la prima fase di adeguamento:

una conoscenza più solida del portafoglio packaging e un sistema più capace di controllarne l’evoluzione.

Per le imprese che devono verificare il proprio portafoglio, un primo passo può essere un assessment integrato delle specifiche effettivamente utilizzate, della qualità dei dossier disponibili, delle priorità di rischio e delle strutture che potrebbero richiedere testing, sostituzione o una nuova validazione industriale.

MEALeFOOD INTELLIGENCE HUB

Insight

Dal 12 agosto 2026 si applicano i limiti previsti dal Regolamento (UE) 2025/40 per i PFAS negli imballaggi destinati al contatto con alimenti: 25 µg/kg per ciascun PFAS misurato mediante analisi mirata, 250 µg/kg per la somma dei PFAS misurati mediante analisi mirata e 50 mg/kg per i PFAS complessivi, inclusi quelli polimerici.

La conformità deve essere dimostrabile attraverso la documentazione tecnica prevista dal PPWR e non può essere ridotta a una generica dichiarazione “PFAS-free”

Perché è rilevante per il business

Il requisito può incidere sulla possibilità di immettere sul mercato il packaging interessato e richiede di collegare compliance normativa, qualifica dei fornitori, specifiche, testing e gestione delle modifiche.

Quando una struttura deve essere sostituita, l’impresa deve inoltre verificare che l’alternativa mantenga sicurezza alimentare, integrità, macchinabilità, shelf life e sostenibilità industriale.

Dove impatta

Mercato:
Disponibilità di packaging conforme, continuità dell’immissione sul mercato e gestione delle tempistiche di transizione.

Prodotto:
Sicurezza chimica e migrazione, integrità della confezione, protezione da ossigeno, umidità e luce, qualità sensoriale, conservabilità e shelf life.

Processo:
Supplier qualification, documentazione tecnica, testing risk-based, prove industriali, packaging approval e change control.

People+:
Competenze, responsabilità e collaborazione tra Quality, Regulatory, Procurement, R&D, Packaging, Operations, Supply Chain e Direzione.

Applicazione possibile

Costruzione o revisione di un Packaging Master Register, assessment del dossier PFAS per singola specifica, prioritizzazione risk-based dei materiali, definizione del piano di testing dove necessario e validazione tecnica e industriale delle alternative attraverso un change control strutturato.

Livello di maturità

Consolidato.

Il requisito normativo è definitivo ed è applicabile dal 12 agosto 2026. È consolidata anche la necessità di gestirne le implicazioni documentali e industriali.

Rimane meno maturo, in particolare, il quadro analitico per quanto riguarda la completa armonizzazione UE delle metodologie specifiche per i PFAS nel food-contact packaging.tato contemporaneamente a PPWR, sicurezza, prestazioni industriali, costo totale e prevenzione dello spreco.

Fonti principali

  • Regolamento (UE) 2025/40 del Parlamento europeo e del Consiglio sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio.
  • European Commission, Guidance document for Regulation (EU) 2025/40 on packaging and packaging waste, C(2026) 3702, 5 giugno 2026.
  • EFSA CONTAM Panel, Risk to human health related to the presence of perfluoroalkyl substances in food, EFSA Journal, 2020, 18(9):6223.
  • Phelps D.W. et al., Per- and Polyfluoroalkyl Substances in Food Packaging, Environmental Science & Technology, 2024, 58(13), 5670–5684.
  • Lerch M. et al., Food simulants and real food – What do we know about the migration of PFAS from paper based food contact materials?, Food Packaging and Shelf Life, 2023, 35, 100992.
  • Stroski K., Sapozhnikova Y.V., Assessment of per- and polyfluoroalkyl substances (PFAS) in consumer food packaging, Chemosphere, 2026, 395, 144824.

Altri riferimenti

Lettura MEALeFOOD

Il punto più interessante del requisito PFAS non è soltanto la riduzione dell’utilizzo di una famiglia di sostanze. È ciò che questo requisito rivela sul modo in cui l’impresa governa il proprio packaging.

Un’organizzazione dovrebbe poter rispondere rapidamente a quattro domande:

  • Cosa contiene realmente il nostro packaging?
  • Chi ce lo garantisce e con quali evidenze?
  • Cosa succede alla conformità se il materiale o il processo cambiano?
  • Cosa succede al prodotto e al processo se dobbiamo sostituire quel packaging?

Se queste informazioni non sono disponibili, il problema non riguarda soltanto i PFAS, ma la governance del packaging.

Il nuovo requisito può quindi essere letto come occasione per passare da una gestione prevalentemente documentale a una logica di Packaging Compliance by Design, nella quale Regulatory, Tecnologia Alimentare, Packaging, Acquisti, Qualità e Operations lavorano sullo stesso sistema.

L’obiettivo non deve essere eliminare un rischio chimico creando, attraverso una sostituzione non adeguatamente governata, un nuovo rischio tecnologico, alimentare, ambientale o organizzativo.

La domanda finale diventa: quale sistema di packaging consente contemporaneamente conformità chimica, sicurezza alimentare, protezione del prodotto, shelf life, producibilità, sostenibilità e sostenibilità economica?

È in questa integrazione che un obbligo normativo può diventare una leva per migliorare la qualità delle decisioni e la robustezza del sistema di packaging.

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