
Nelle prossime settimane l’Austria introdurrà una normativa pensata per rendere più trasparente un fenomeno ormai noto a consumatori e imprese: la shrinkflation, ossia la riduzione del contenuto di un prodotto a parità di prezzo.
Una pratica che negli ultimi anni si è diffusa in molti settori – alimentare, cosmetico e farmaceutico – e che, pur non essendo illegale, genera sfiducia perché rende più difficile interpretare il reale andamento dei prezzi.
La novità austriaca arriva in un momento in cui l’Europa sta cercando soluzioni per tutelare i consumatori senza imporre oneri eccessivi alle imprese. Francia e Austria hanno scelto di intervenire con approcci pratici e centrati sulla trasparenza. L’Italia, invece, ha avviato un percorso più complesso, incerto e oggi fermo dopo l’avvio di una procedura di infrazione UE.
Shrinkflation: un impatto reale sul consumatore e sulla filiera
La shrinkflation si manifesta quando il prezzo nominale resta invariato, ma cala la quantità:
- pasta da 500 g ridotta a 450 g,
- snack più leggeri,
- salumi di alta qualità “sgrammati” di 10 g per confezione.
Il risultato è un aumento del prezzo unitario che il consumatore difficilmente riesce a percepire. Per questo la trasparenza non è un adempimento burocratico, ma un fattore di correttezza e di fiducia verso il mercato.
Austria: più chiarezza, senza appesantire le imprese
La legge austriaca, già notificata alla Commissione UE, introduce un obbligo semplice: segnalare a scaffale quando un prodotto preconfezionato è stato ridotto nella quantità senza una riduzione proporzionale del prezzo.
L’informazione può essere comunicata:
- direttamente sul prodotto,
- sullo scaffale o nelle immediate vicinanze,
- tramite cartelli informativi.
L’obbligo riguarda i rivenditori, non i produttori.
Una scelta coerente con l’obiettivo: portare l’informazione nel punto esatto in cui si prende la decisione d’acquisto.
Italia: una norma ambiziosa ma tecnicamente fragile
Nel DDL Concorrenza 2024 l’Italia aveva previsto una misura contro la shrinkflation, poi rinviata almeno fino al luglio 2026 dopo i rilievi della Commissione Europea.
Due le principali criticità evidenziate da Bruxelles:
- L’obbligo gravava sui produttori, richiedendo l’apposizione di una dicitura nell’etichetta di ciascun prodotto interessato. Una misura ritenuta non proporzionata e potenzialmente un ostacolo alla libera circolazione delle merci nel mercato europeo;
- La norma non era stata notificata correttamente alla UE.
Inoltre, la proposta italiana, secondo le associazioni dei consumatori, lasciava scoperte due aree fondamentali:
- non evidenziava l’aumento del prezzo unitario (€/kg o €/L),
- permetteva di aggirare la norma cambiando formato o confezione.
Risultato: un meccanismo formalmente severo, ma poco efficace nella pratica.
La GDO: un attore decisivo nella trasparenza
La shrinkflation prospera dove manca chiarezza a scaffale. E qui la grande distribuzione ha un ruolo centrale.
Senza colpevolizzare il settore, è utile riconoscere che spesso:
- il prezzo al chilo non è valorizzato adeguatamente,
- le variazioni di quantità non vengono messe in evidenza,
- i fornitori non sono incoraggiati a segnalare le modifiche.
Il modello francese – e ora quello austriaco – va nella direzione opposta: responsabilizzare il distributore, perché è nel punto vendita che il consumatore può essere realmente tutelato.
Una direzione possibile per l’Italia
La sfida non è punire le imprese, ma ricostruire fiducia.
Un sistema chiaro e proporzionato aiuterebbe tutti:
- i consumatori, che possono valutare meglio i prezzi,
- la GDO, che evita contestazioni e incomprensioni,
- i produttori, che operano in un quadro regolatorio più stabile e coerente con il mercato europeo.
La shrinkflation continuerà a presentarsi nei periodi di forte pressione sui costi. Proprio per questo serve una soluzione che metta al centro la trasparenza, senza caricare inutilmente di adempimenti un settore già complesso.
Conclusioni: l’Italia deve guadagnare terreno
L’Europa sta procedendo lungo una traiettoria abbastanza chiara: più informazione nel punto vendita, meno burocrazia per le imprese. L’Italia ha l’opportunità di riallinearsi a questo modello, trasformando un rinvio in un’occasione per migliorare.
Nel frattempo, spetta a produttori e GDO il compito di evitare che la fiducia dei consumatori si eroda ulteriormente. Perché la shrinkflation non è solo una questione economica: è una questione di correttezza, reputazione e responsabilità verso chi acquista.