
Oggi la Grande Distribuzione Organizzata è diventata l’anello dominante della filiera agroalimentare. Definisce i prezzi, impone tempi e condizioni, orienta le scelte produttive. Ufficialmente, si presenta come uno strumento di efficienza: razionalizzare l’offerta, garantire accessibilità, offrire varietà e convenienza.
Ma nel suo funzionamento reale, si sta progressivamente allontanando dallo scopo che dovrebbe essere centrale in ogni sistema agroalimentare: nutrire la vita in modo equo, sostenibile, umano.
Un’inchiesta pubblicata da Internazionale con il titolo “Il ricatto dei supermercati all’agricoltura italiana” descrive, con interviste e casi reali, un sistema opaco e profondamente sbilanciato, in cui gli agricoltori sono la parte più debole. La GDO impone pressioni e condizioni che mettono a rischio la sopravvivenza stessa delle aziende agricole.
Il potere contrattuale è infatti concentrato in poche mani: in Italia operano migliaia di produttori agricoli, frammentati, contro circa 25 grandi insegne. In questo squilibrio, i rischi ricadono sui molti, i benefici si concentrano sui pochi.
Criticità del sistema
Uno dei meccanismi più contestati è il “ristorno”: una quota (in media il 10%, ma può arrivare al 14%) che i fornitori devono restituire annualmente alla GDO. Ufficialmente serve a coprire costi di logistica e promozione. In pratica, è un margine occulto che garantisce extra-profitti strutturali alla distribuzione.
A questo si aggiungono pratiche scorrette quali:
- contrattazioni al ribasso, in qualche caso rinegoziate con grande frequenza;
- promozioni imposte per attirare clienti GDO che ricadono sui produttori, che spesso si trovano a vendere sotto costo;
- scarti decisi unilateralmente;
- orari di consegna troppo rigidi e in alcuni casi controlli per motivi pretestuosi che invalidano intere partite.
Un’economia che esclude chi produce valore
Le conseguenze per il settore agricolo sono evidenti e, in molti casi, drammatiche. Secondo Ismea e Fondazione Metes, su 100 € spesi in prodotti freschi:
- all’agricoltore rimangono solo 7 € netti dopo salari e ammortamenti, un valore estremamente basso.
- La distribuzione si trattiene circa 19 € (valore aggiunto) con un utile netto di 18,9 €
- Nei prodotti trasformati il margine agricoltore scende a 1,5 €, contro l’utile di 13,1 € della distribuzione
Le aziende lavorano con margini sempre più sottili: basti pensare che, su una pesca venduta a 2 euro/kg, all’agricoltore restano 30 centesimi.
Il risultato è un sentimento diffuso di mancanza di dignità professionale. Gli agricoltori si sentono esclusi dalla filiera, ridotti a meri fornitori subordinati, con il solo obiettivo di sopravvivere.
Concorrenza estera a basso costo
Secondo le stime, 30.000 imprese agricole rischiano la chiusura nella sola Emilia-Romagna. In regioni come Veneto e la stessa Emilia, le superfici coltivate a pesche e nettarine sono crollate fino al 70–73% per mancanza di remunerazione adeguata.
I supermercati italiani acquistano anche all’estero a prezzi molto più bassi di quelli italiani, spingendo i produttori domestici fuori mercato o costringendoli a vendere sotto costo. Si tratta certamente di una pratica legale ma economicamente devastante per la categoria.
Un sistema legale ma profondamente iniquo
Tutta questa disparità di potere è possibile per l’inefficacia delle normative. Nel 2019 l’Unione Europea ha introdotto una direttiva (UE 2019/633) contro le pratiche commerciali sleali, recepita in Italia nel 2021 (Legge 198). La norma distingue una lista nera (pratiche vietate) e una lista grigia (consentite se inserite nei contratti).
Il problema è che molte delle richieste più dannose – come il ristorno o le promozioni imposte – rientrano nella lista grigia, e quindi restano formalmente legali se inserite in contratti concordati.
Le sanzioni comminate finora sono inoltre modeste (665.000 euro in due anni), a fronte di danni stimati maggiori (almeno 350 milioni di euro annui per la filiera). Inoltre, la paura di ritorsioni frena ogni tentativo di denuncia. Chi prova a esporsi rischia di essere tagliato fuori dal circuito della distribuzione.
Conseguenze sociali ed economiche
Il quadro descritto è quello di una filiera dove la ricchezza si concentra in alto, mentre alla base resta poco più di quanto necessario per la sopravvivenza. L’asimmetria contrattuale genera una perdita di dignità professionale tra gli agricoltori, percepiti come meri fornitori subordinati con la sola possibilità di sopravvivere.
Un sistema che, pur rispettando le regole, viola lo spirito della reciprocità e della giustizia economica.
Il punto non è se sia legale, ma se sia sostenibile.
Qual è, davvero, lo scopo della GDO?
La domanda che dobbiamo porci è semplice e radicale:
Massimizzare profitti o costruire benessere condiviso?
Se l’unico fine è la redditività, ogni altro valore – dalla qualità del cibo alla dignità del lavoro agricolo – rischia di essere sacrificato. Ma esiste un’altra via.
Una visione alternativa
Nel libro Nutrire il Bene proponiamo un nuovo paradigma agroalimentare, che nasce dalla centralità del ruolo della persona nelle organizzazioni e nella ricerca del suo benessere. Un modo di pensare la dimensione organizzativa nel contesto più ampio dell’ecosistema in cui opera in cui è chiaro lo scopo superiore che persegue e dove il profitto è una risultate del valore diffuso che genera.
La distribuzione non può essere vista come centro di potere, ma come ponte tra chi coltiva e chi si nutre, al servizio di un’economia centrata su:
- le persone,
- la salute,
- i territori.
In questa visione, la GDO potrebbe e dovrebbe diventare un alleato nella transizione verso:
- filiere più trasparenti e cooperative,
- relazioni più giuste con i produttori,
- una responsabilità educativa verso il consumatore,
- una rigenerazione culturale e ambientale dei territori.
Non basta che il cibo arrivi sugli scaffali
Deve arrivare con rispetto, con senso, con valore.
Per questo, come consumatori, non possiamo più accontentarci di chiedere quanto costa il cibo.
Dobbiamo iniziare a chiederci:
- Quanto vale?
- Chi ci ha guadagnato davvero?
- Chi ci ha rimesso?
Solo così potremo costruire una filiera che non si limiti a sfamare, ma che nutra il bene.