
Una scena che ritorna
C’è una scena che, negli anni, abbiamo visto ripetersi più volte. Non perché sia la più eclatante, ma perché rappresenta bene una dinamica che ritorna, con volti diversi, aziende diverse, contesti diversi, ma con una struttura sorprendentemente simile.
Siamo nel pieno di un progetto importante, di quelli che non restano dentro i confini dell’azienda, ma che hanno un impatto reale, sul mercato e sulle persone.
Le scelte erano già state fatte, i fornitori individuati, la direzione definita, tutto sembrava procedere secondo un piano chiaro.
Poi si entra nel dettaglio… e qualcosa inizia a non tornare.
Quando chi è sul campo vede ciò che non torna
Il tecnico lo vede subito, non perché sia più bravo degli altri, ma perché è il suo mestiere, e quando è il tuo mestiere certe cose non puoi non vederle.
All’inizio prova a dirlo con misura, poi con più chiarezza, poi insiste, porta dati, esempi, alternative, fa esattamente quello che ci aspettiamo da una persona competente e responsabile.
Dall’altra parte, però, succede qualcosa che chi lavora in questi contesti conosce bene.
Quelle scelte erano già state approvate, c’è un budget costruito sopra, una direzione già condivisa, e quando inizi a rimettere in discussione tutto questo, non stai più toccando solo la tecnica, stai toccando decisioni, responsabilità, equilibri.
Quando il confronto diventa difesa
Di conseguenza il clima cambia e le riunioni cambiano tono, le posizioni si irrigidiscono, si inizia a parlare più per difendere che per capire, e senza accorgersene si scivola in una dinamica in cui l’obiettivo non è più trovare la soluzione migliore, ma sostenere la propria posizione.
Si va avanti così a volte per settimane o per mesi, finché arriva il momento in cui la tensione supera una soglia.
Una riunione, una discussione che si accende, i toni che salgono oltre il necessario, parole che escono più per reazione che per lucidità.
E a un certo punto non si sta più lavorando sul progetto ma si stanno solo difendendo posizioni.
Il momento in cui qualcosa si rompe
In una situazione simile, è capitato di intervenire e di interrompere la conversazione.
Non era previsto ed elegante, probabilmente non era nemmeno opportuno, ma in quel momento era umano farlo.
Perché quando si arriva a quel punto, continuare a parlare di tecnica non basta più, ma anzi rischia di diventare un modo per non vedere il vero problema.
Dal convegno OTALL: qualcosa si è mosso
Questa riflessione non nasce solo dall’esperienza in azienda.
È emersa con forza anche durante il convegno OTALL, dove Gianfrancesco Meale e Ornella Tiziana Arena hanno portato un tema che, per molti, è stato inaspettato.
In un contesto fortemente tecnico, abituato a parlare di processi, parametri e performance, abbiamo aperto uno spazio diverso.
Uno spazio che riguarda le persone.
E quello che è arrivato, subito dopo, ha colpito.
Non tanto per i contenuti, ma per il tono.
Per l’intensità.
Quando le persone si riconoscono nel messaggio
Qualcuno ha scritto:
“In un momento come questo, fatto di tecnicismi e velocità, il recupero della dimensione umana è un messaggio che si distingue e che necessariamente coinvolge tutti… a me sono venuti anche nodi alla gola e palpitazioni.”
E ancora:
“Mai mi sarei aspettata di ascoltare temi a me così vicini in un contesto come quello dei Tecnologi Alimentari… è stata una grande emozione… sono semi che speriamo possano germogliare presto.”
Questi messaggi raccontano qualcosa di importante.
Mostrano che quello spazio, di cui spesso non si parla, non solo esiste, ma viene percepito, anche quando non lo si nomina.
Il nodo reale oltre processi e competenze
Negli anni, osservando queste situazioni dall’interno, come tecnici, come responsabili, come consulenti, e integrando anche il lavoro sulle dinamiche emotive e cognitive che la divisione MEALeFOOD People+ porta avanti nelle organizzazioni, questo è diventato sempre più chiaro.
In queste situazioni le competenze ci sono, le informazioni anche, e spesso c’è anche la volontà di fare bene. Eppure qualcosa si blocca.
Quel qualcosa non sta nei processi, e nemmeno nelle singole persone prese isolatamente, sta in uno spazio più sottile, meno visibile ma decisivo.
Lo spazio invisibile che condiziona le decisioni
È lo spazio tra ciò che sappiamo essere corretto e ciò che, dentro quel contesto, riusciamo davvero a dire o a fare.
Quando quello spazio si allarga, succede qualcosa che conosciamo bene, anche se raramente lo nominiamo.
Si consuma energia, si perde lucidità, e alla fine si abbassa la qualità delle decisioni.
Nel nostro settore questo ha un peso ancora maggiore, perché le decisioni non restano dentro le riunioni o nei report, ma arrivano alle persone, entrano nel cibo, e quindi nella vita reale.
Dove si gioca davvero la qualità: non è solo una questione tecnica o di leadership
Come abbiamo visto, ridurre tutto a un problema tecnico è una semplificazione, ma lo è anche pensare che sia solo una questione di carattere, di leadership o di “umiltà”. Altrimenti si rischia di non cogliere fino in fondo cosa sta succedendo.
Il punto è più profondo. Riguarda il modo in cui le organizzazioni funzionano quando sono sotto pressione, e il modo in cui le persone, a tutti i livelli, riescono o non riescono a restare allineate tra ciò che sanno, ciò che sentono e ciò che fanno.
È in questo spazio che si gioca una parte fondamentale del nostro lavoro.
E, in fondo, anche del valore di ciò che produciamo.
E adesso?
Nei prossimi articoli entreremo proprio in questo spazio.
È meno visibile di quanto sembri.
Ma è lì che si decide tutto.
È un punto su cui vale la pena tornare.