Dalla terra al mercato: squilibri e crisi del sistema agricolo

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Agricoltore seduto al tavolo di casa preoccupato per bollette e documenti finanziari, con supermercato sullo sfondo, simbolo della crisi agricola tra pressione della GDO, aumento dei costi e perdita di valore della produzione
Crisi agricoltura: tra perdita di suolo agricolo e pressione finanziaria

Terra agricola come asset finanziario

Da un lato migliaia di aziende agricole chiudono, i giovani faticano a subentrare e i redditi restano compressi mentre i costi aumentano. Dall’altro, la terra agricola continua a crescere di valore e diventa un bene sempre più ricercato.

Per capire cosa sta succedendo bastano i dati sulle acquisizioni fondiarie: negli ultimi vent’anni oltre 90 milioni di ettari sono stati acquisiti su larga scala da attori finanziari e industriali (Land Matrix). Terre acquistate raramente per produrre cibo per le comunità locali e destinate, nella maggior parte dei casi, a commodity da esportazione, biocarburanti, energia o alla speculazione fondiaria.

In Europa il fenomeno assume una forma diversa ma ugualmente preoccupante. Il Parlamento UE ha denunciato una crescente concentrazione fondiaria per cui una piccola percentuale di aziende controlla ormai oltre metà delle terre agricole europee.

I fattori alla base della perdita dei terreni coltivati

Secondo l’ISPRA, in Italia la perdita di suolo naturale e agricolo è di circa 19 ettari al giorno. Oltre all’urbanizzazione, una quota rilevante è dovuta alla riconversione energetica o infrastrutturale dei terreni coltivati.

Per un piccolo imprenditore agricolo, la proposta di vendita o affitto a lungo termine da parte di un operatore energetico è spesso difficile da rifiutare: garantisce rendimenti molto superiori rispetto alla produzione agricola tradizionale.

Chi non cede deve affrontare una pressione economica crescente, dovuta a:

  • Costi di produzione. Energia, fertilizzanti e sementi sono aumentati in modo significativo nell’ultimo triennio, con rincari in alcuni casi superiori al 40-50% rispetto ai livelli pre-2021.
  • Prezzi riconosciuti.  Sono compressi dalla grande distribuzione organizzata, che detiene un potere contrattuale strutturalmente superiore rispetto ai produttori primari.

La combinazione di questi fattori riduce i margini e rende le imprese sempre più vulnerabili. Ne deriva un modello economico insostenibile per la piccola azienda: per restare competitivi ci si indebita per aggiornare i macchinari e inseguire l’efficienza produttiva, ma basta un raccolto compromesso o una fluttuazione dei prezzi perché il debito diventi ingestibile.

A quel punto la terra finisce sul mercato e, troppo spesso, esce dal circuito produttivo alimentare, cambiando la destinazione d’uso di una risorsa di per sé limitata.

Il ruolo della GDO nella distribuzione del valore

La distribuzione organizzata è uno degli snodi centrali della filiera agroalimentare e negli ultimi decenni ha acquisito un potere contrattuale sproporzionato rispetto agli altri attori, ne abbiamo parlato in un nostro articolo.

Per i produttori agricoli questo si traduce in margini compressi, scarsa capacità di trasferire a valle l’aumento dei costi e necessità di competere quasi esclusivamente sul prezzo. Una dinamica che favorisce le grandi aziende con modelli orientati alla standardizzazione, spesso a scapito della qualità e della sostenibilità nel lungo periodo.

PAC e concentrazione fondiaria: limiti della politica agricola europea

La PAC dovrebbe proteggere il tessuto produttivo europeo, ma sta ottenendo l’effetto di favorire la concentrazione fondiaria. La distribuzione degli aiuti è infatti proporzionale alla superficie posseduta, permettendo a chi ha più terra di ricevere più risorse e ampliando il divario con i piccoli produttori.

Il risultato è una progressiva riduzione del numero di aziende agricole attive e una perdita di diversità nel tessuto produttivo.

L’eutanasia del mondo agricolo

In un recente articolo, Il presidente di Altragricoltura, Gianni Fabris, definisce questa trasformazione strutturale del mondo agricolo come la sua eutanasia, non una morte improvvisa, ma lo spegnimento progressivo e sistematico di un modello produttivo, quello contadino, che per secoli ha costruito il paesaggio, la cultura alimentare e la sicurezza alimentare di questo paese.

La terra sta cambiando natura: da ecosistema produttivo diventa sempre più un asset finanziario. E quando il controllo della terra si concentra in pochi operatori, fondi di investimento, fondi pensione, gruppi energetici e grandi società finanziarie, si modifica anche chi decide cosa viene prodotto e per chi.

Una rete diffusa di produttori locali garantisce non soltanto la produzione di cibo per la comunità: presidia il territorio, gestisce il paesaggio, mantiene attivi i sistemi idrogeologici locali e conserva la biodiversità agricola.

Le conseguenze di lungo periodo sono rilevanti per:

  • Sicurezza alimentare: la dipendenza da filiere lunghe e concentrate diminuisce la resilienza del sistema alimentare. Inoltre, quando il cibo tende a essere trattato come commodity, aumenta il rischio di una progressiva perdita della sua dimensione di bene accessibile e universale.
  • Democrazia alimentare: quando il controllo del cibo si concentra nelle mani di pochi attori globali, l’offerta si omologa e la libertà delle comunità e dei popoli diventa più fragile. La perdita di controllo sulle proprie risorse alimentari porta a una dipendenza crescente da decisioni esterne e da soggetti con nessun legame con il territorio.

Nutrire il Bene: una visione sostenibile per il futuro dell’agricoltura

Il libroNutrire il beneintroduce una chiave di lettura utile per interpretare queste dinamiche. La radice delle contraddizioni contemporanee del sistema agroalimentare contemporaneo è la preferenza sistematica per soluzioni più facili ed immediate a scapito di possibili conseguenze di lungo periodo.

Massimizzare la rendita per ettaro oggi, indipendentemente da cosa resta del suolo, della comunità e della capacità produttiva futura rientra in questa logica, come ridurre i nutrienti nei cibi inseguendo rese massime, schiacciare i prezzi al produttore per difendere il margine trimestrale o isolare il contadino fino a renderlo invisibile al sistema.

Esiste una profonda interconnessione tra l’uomo, il sistema agroalimentare e la natura, con il cibo come ponte tra benessere personale ed ambiente. È quindi necessario rimettere al centro lo scopo del sistema agroalimentare. Non solo produrre quantità, ma generare qualità, salute e valore per il territorio.

Perché ciò accada, il riequilibrio della filiera non è solo una questione economica o normativa. Richiede una revisione delle priorità e dei valori, in cui la sostenibilità ambientale, sociale ed economica diventi il criterio guida delle scelte produttive e organizzative.

Una domanda rimane aperta: vogliamo un’agricoltura fatta di comunità vive o un paesaggio ridotto a piattaforma industriale ed energetica? È tempo di reclamare un’agricoltura che metta al centro le persone.

Link di approfondimento:

https://www.teatronaturale.it/pensieri-e-parole/editoriali/47465-l-eutanasia-del-mondo-contadino-e-le-nostre-responsabilit-che-fare.htm

https://www.mealefood.com/il-ricatto-silenzioso-come-la-gdo-schiaccia-lagricoltura-italiana-e-quale-potrebbe-essere-il-suo-vero-scopo-se-rimettesse-al-centro-il-valore-della-vita/

https://www.mealefood.com/libro-nutrire-il-bene/

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