
È indubbio che i prodotti “upcycled” rappresentano una risposta concreta alle crescenti richieste di sviluppo di alimenti innovativi e funzionali, di sostenibilità ambientale e di riduzione dello spreco.
Ma cosa si intende esattamente con “upcycled food”?
Cosa sono gli alimenti upcycled
Con il termine “upcycled food” si indicano quei prodotti alimentari realizzati con nuovi ingredienti alimentari derivati dal recupero di sottoprodotti o eccedenze della filiera agroalimentare.
Si distinguono due tipi di upcycling: uno “alternativo”, che recupera ingredienti commestibili altrimenti scartati (es. bucce, polpe, fondi di caffè), e uno “innovativo”, che utilizza materiali non tradizionalmente impiegati in campo alimentare, ma che, attraverso processi adeguati, possono essere trasformati in nuovi ingredienti.
I vantaggi dell’upcycling: ambientali, economici e sociali
L’upcycling risponde a tutti e tre i pilastri della sostenibilità:
- Ambientale: riduce il volume dei rifiuti alimentari, abbassa la pressione sugli ecosistemi e contribuisce alla transizione verso modelli di economia circolare.
- Economico: valorizza materie prime a basso costo, contribuendo alla competitività delle imprese e alla creazione di nuovi segmenti di mercato.
- Sociale: promuove modelli produttivi responsabili e stimola una maggiore consapevolezza nel consumo.
In più, molti sottoprodotti contengono fibre, proteine e composti bioattivi: ingredienti che, ben gestiti, possono rafforzare il profilo nutrizionale dei prodotti.
La percezione del prodotto e l’intenzione di acquisto
Per capire meglio come i consumatori italiani percepiscono i cibi “upcycled”, l’Università della Basilicata ha condotto un recente studio su 505 persone, analizzando i fattori psicologici e personali che influenzano la propensione all’acquisto di tre esempi di prodotti alimentari: yogurt con buccia di nocciola, pane con polvere di vinaccia e biscotti con trebbie di birra.
L’intenzione di acquisto è influenzata in modo significativo dall’atteggiamento del consumatore verso i prodotti “upcycled”. Questo atteggiamento è a sua volta condizionato negativamente dalla neofobia alimentare (la paura di assaggiare cibi nuovi) e positivamente dalla conoscenza oggettiva dei prodotti offerti. In sintesi, i consumatori aperti alle novità e ben informati sugli alimenti upcycled tendono a valutarli positivamente e sono quindi più propensi ad acquistarli.
Contrariamente alle aspettative, valori pro-ambientali come la frugalità o la preoccupazione per l’ambiente non hanno mostrato un’influenza diretta sull’intenzione di acquisto, come d’altronde anche la conoscenza soggettiva (derivata dalle proprie esperienze).
L’impegno verso comportamenti sostenibili ha invece mostrato un impatto positivo e significativo sull’intenzione di acquisto. Un segnale chiaro per chi si occupa di marketing: chi già vive in modo sostenibile rappresenta il target naturale iniziale di questa tipologia di prodotti.
Cosa è disposti a provare, comprare e pagare il consumatore italiano
I consumatori ha manifestato generalmente una maggiore volontà di provare e una minore volontà di acquistare le referenze proposte. In effetti, i consumatori potrebbero essere più propensi a provare nuovi prodotti senza impegnarsi in un acquisto, per evitare di acquistare qualcosa che potrebbe deluderli.
Mentre non sono state riscontrate differenze significative nella volontà di provare o acquistare le tre referenze proposte, la volontà di pagare è invece risultata dipendente dal tipo di prodotto. In media, i consumatori sono stati disposti a pagare di più del prezzo di riferimento fornito per lo yogurt con buccia di nocciola, ma meno per il pane con polvere di vinaccia e i biscotti con trebbie di birra (probabilmente per la minore familiarità con gli ingredienti più innovativi).
In tutti i casi, la neofobia alimentare ha ridotto significativamente la disponibilità a provare, comprare o pagare un premium price.
Conclusioni: costruire valore attorno all’upcycling
Lo studio evidenzia che il valore che i consumatori attribuiscono agli alimenti upcycled non è universale,è certamente influenzato dalla predisposizione del singolo consumatore, ma soprattutto è definito dalla natura specifica del prodotto stesso e dalla strategia comunicativa che lo accompagna.
Le aziende che vogliono posizionarsi in questo segmento devono perciò:
- Innovare, puntando su prodotti che evochino funzionalità, sostenibilità e trasparenza.
- Educare, migliorando la conoscenza oggettiva del consumatore.
- Comunicare, la propria filosofia di prodotto ed aziendale.
La sfida non è solo tecnica o commerciale. È culturale. Perché un consumatore informato e aperto è il primo alleato per trasformare lo spreco in valore.