
L’Italia ha un tesoro dal punto di vista ambientale e biologico, una biodiversità unica al mondo, che è il risultato di fattori fisici e territoriali e della maestria e delle diverse culture delle genti che l’hanno vissuta e popolata.
Nell’ambito olivicolo abbiamo oltre 550 varietà autoctone, siamo il leader mondiale in questo ambito.
L’editoriale del dottor Pasquale Di Lena, su Teatro Naturale, critica le mancate scelte politiche, sottolineando l’importanza decisiva della biodiversità olivicola italiana per il comparto, minacciata dalla crescente adozione di oliveti superintensivi con varietà spagnole.
L’autore riflette sulle coltivazioni mediterranee di vino e olio, che tradizionalmente erano curate assieme dagli agricoltori, e che hanno generato una vasta biodiversità con cultivar adattate alle condizioni locali ed oli dai caratteri organolettici unici.
Mentre l’Italia ha valorizzato appieno la biodiversità vinicola, ispirandosi alla Francia, il settore olivicolo è rimasto invece statico, anche per il vuoto politico evidenziato dalla perdurante mancanza di un piano nazionale.
Proprio mentre l’agricoltura intensiva è sempre più criticata per i suoi effetti negativi su fertilità dei suoli e sulle variazioni climatiche, la coltivazione italiana dell’olivo viene messa nelle mani dell’industria olearia che si sta muovendo verso impianti superintensivi che utilizzano tre cultivar spagnole non autoctone.
Tutto questo mentre l’Andalusia, la regione mondiale con la maggiore estensione di oliveti intensivi, ha visto dimezzare la produzione nelle ultime tre annate, dimostrando la necessità di una diversa pianificazione strategica per garantire la giusta remunerazione agli olivicoltori.
Non servono nuove varietà di olivo o un aumento del numero di olivi, se non si rispetta la terra e l’ambiente. Gli oliveti superintensivi, spinti in primo luogo dai vivaisti, non garantiscono il futuro del settore olivicolo, fondamentale per l’agricoltura, il paesaggio e le tradizioni italiane e uno stile di vita sano per il consumatore.
Questi oliveti, che puntano sulla quantità e su oli standardizzati, sono il risultato di un pensiero unico votato al profitto da parte del mercato finanziario e delle multinazionali. Con questa dinamica, sempre meno volta a preservare diversità sul mercato, sta prevalendo l’omologazione dei prodotti e degli stili di consumo e la contemporanea diluizione del nostro patrimonio enogastronomico. Viene meno in questo modo la conoscenza da parte del consumatore della ricchezza e dell’unicità della cultura alimentare italiana, rendendola meno distintiva e più simile a modelli alimentari globalizzati.
Per assicurare un futuro stabile e prospero per il settore, è invece necessaria una strategia sostenibile basata sulla biodiversità olivicola, che aumenti la resilienza del sistema e offra oli di qualità e con caratteri organolettici distintivi.
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