
Un viaggio attraverso dati, studi scientifici e una domanda scomoda: perché ci sentiamo così lontani da un problema che ci riguarda tutti?
Direttiva acqua potabile e procedura d’infrazione: cosa non sta funzionando
Pochi giorni fa la Commissione Europea ha avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia per il mancato o incompleto recepimento della direttiva 2020/2184 sulla qualità dell’acqua potabile (1).
Le criticità evidenziate riguardano diversi aspetti fondamentali per la tenuta complessiva del sistema. Da un lato emergono lacune nei sistemi di controllo e monitoraggio, dall’altro una gestione ancora incompleta dei contaminanti emergenti, con particolare riferimento all’assenza di valori guida per alcuni metaboliti dei pesticidi e all’utilizzo troppo estensivo delle deroghe agli standard qualitativi.
A questo si aggiunge un tema meno tecnico ma centrale per l’impianto della direttiva: l’inadeguatezza delle informazioni fornite alle fasce vulnerabili della popolazione.
L’Italia ha ora due mesi per rispondere e correggere queste carenze prima che la Commissione possa procedere con un parere motivato. L’Europa ci chiede di fare di più per tutelare l’acqua che beviamo, e noi non siamo ancora in regola
I dati ISPRA su qualità e disponibilità delle acque italiane: tra criticità e piccoli segnali di miglioramento
Il Rapporto ISPRA n. 427/2026 (2) offre una fotografia articolata dello stato delle risorse idriche italiane, basata sul monitoraggio di oltre 7.700 corpi idrici. Il quadro che emerge è eterogeneo e nasconde alcune criticità strutturali difficili da ignorare.
Sul fronte delle acque superficiali, solo il 43,6% raggiunge uno stato ecologico “buono”, mentre il 75 % soddisfa i requisiti chimici minimi.
Le acque sotterranee se la cavano meglio: l’80% non è sovrasfruttato e il 70% è in buono stato chimico.
Buone notizie anche sul fronte del monitoraggio, con una netta riduzione dei corpi idrici classificati come “sconosciuti”.
L’acqua potabile che arriva dai nostri rubinetti è generalmente sicura, grazie ai processi di trattamento e potabilizzazione, ma le risorse naturali da cui quell’acqua proviene sono spesso vulnerabili, contaminate o sovrasfruttate.
Pressioni antropiche e contaminazione diffusa: il ruolo dell’agricoltura
Il rapporto ISPRA identifica l’agricoltura come il principale fattore di pressione antropica per il degrado e l’inquinamento delle acque, tramite:
- l’apporto di nutrienti e fitofarmaci: derivanti da fertilizzanti azotati e pesticidi.
- le modifiche idromorfologiche: opere di canalizzazione, bonifiche e sistemi irrigui, spesso non necessarie, che alterano la connettività fluviale.
- i prelievi idrici: estrazioni per irrigazione che riducono la portata e il bilancio idrico.
La produzione primaria è responsabile dell’inquinamento diffuso in oltre il 50% dei corpi idrici superficiali non conformi. I contaminanti prioritari sono il glifosato, e il suo metabolita AMPA, altri pesticidi e erbicidi e i fertilizzanti azotati e fosforati.
I nitrati sono invece il problema più grave per le falde acquifere e responsabili di numerosi casi di mancato raggiungimento del buono stato chimico.
La presenza di questi contaminanti non è episodica, ma espressione degli odierni modelli produttivi in agricoltura. A differenza di contaminanti puntuali, la loro riduzione richiede interventi a monte, sulle pratiche agronomiche e sulla gestione dei nutrienti.
L’agricoltura ha inoltre un impatto diretto sulla disponibilità idrica. I prelievi, destinati in larga parte a questo settore, compromettono il bilancio delle falde acquifere e, nel 75% dei casi di stato quantitativo non buono, la causa è l’estrazione superiore alla capacità naturale di ricarica.
Acqua e salute: tra sicurezza percepita e rischi emergenti
La qualità dell’acqua è soprattutto una questione di sicurezza in ottica One Health, che considera salute umana, animale e ambientale come dimensioni strettamente interconnesse.
In Italia l’acqua potabile è considerata sicura, ma la presenza di contaminanti, anche entro i limiti normativi, può produrre gravi effetti sulla salute nel lungo periodo.
Le risorse idriche sono inoltre un elemento strutturale della filiera agroalimentare. I corpi idrici contaminati irrigano i campi, e i campi producono il cibo che finisce sulle nostre tavole (3).
Un esempio concreto di questa complessità ci viene dai nitrati. Un recente studio pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute (4) condotto su oltre 40.000 individui monitorati per più di vent’anni, ha evidenziato un aumento del rischio di tumore alla prostata associato a concentrazioni di nitrati nell’acqua potabile superiori a 10 mg/L (a fronte di un limite UE di nitrati di 50 mg/l per le acque destinate al consumo umano). L’associazione tra presenza di nitrati o sottoprodotti della disinfezione ed il rischio di tumore, è risultato particolarmente significativa per le forme più aggressive della malattia.
Una revisione sistematica pubblicata su IJERPH nel 2018 (5), basata su trent’anni di dati epidemiologici, ha evidenziato solide evidenze di rischio legate all’assunzione di nitrati attraverso l’acqua potabile per il cancro colorettale, le patologie tiroidee e i difetti del tubo neurale nei neonati, mostrando come molti di questi effetti si manifestino già a concentrazioni ben inferiori agli attuali limiti normativi.
A queste problematiche si aggiunge il tema dei contaminanti emergenti e dei principi attivi per i quali persistono evidenze scientifiche contrastanti, anche a causa dall’interferenza dell’industria chimica nella ricerca e nei processi regolatori.
I PFAS, già oggetto di nostri articoli, sono contaminanti emergenti ormai sono diffusi in modo ubiquitario, persistenti, difficilmente degradabili, che possono accumularsi nell’organismo ed associati a effetti sul sistema endocrino, immunitario e metabolico (6).
Il glifosato, l’erbicida più utilizzato al mondo, è classificato come genotossico e probabile cancerogeno dall’IARC già dal 2015 ma rimane al centro di un dibattito scientifico e politico acceso.
Lo Studio Globale sul Glifosato condotto dall’Istituto Ramazzini di Bologna, uno studio di cancerogenicità su ratti esposti dal periodo prenatale per tutta la vita, ha confermato gli effetti cancerogeni anche a dosi corrispondenti alla soglia giornaliera accettabile stabilita dall’UE. La ricerca ha inoltre evidenziato una perturbazione significativa del microbioma intestinale, con conseguenze sull’infiammazione sistemica e sulla risposta immunitaria (7).
Nel frattempo, l’autorizzazione UE al glifosato è stata rinnovata recentemente per ulteriori 10 anni, nonostante il composto sia rilevato sistematicamente nelle acque superficiali italiane (8).
Prospettive e leve di intervento: tra politiche pubbliche e responsabilità di filiera
L’ISPRA stima un possibile miglioramento della qualità delle acque compreso tra il 5% e il 10% entro il 2027, ma solo a condizione che vengano attuate politiche incisive sulla riduzione degli input chimici e sull’efficienza nell’uso della risorsa idrica.
Un “se” che pesa molto. Le politiche pubbliche dovrebbero rafforzare i sistemi di monitoraggio e limitare l’uso di sostanze a maggiore impatto, mentre la filiera agroalimentare è chiamata a rivedere pratiche produttive e modelli produttivi (9).
La gestione dell’acqua diventa così un tema strategico, con implicazioni non solo ambientali ma anche economiche e reputazionali, che incidono direttamente sulla sostenibilità delle produzioni e sulla fiducia dei consumatori.
Una riflessione finale: l’acqua non è fuori dalla filiera, è dentro ogni scelta produttiva
Siamo costituiti per circa il 60-70% di acqua. Ogni medico, ogni nutrizionista, ogni guida alla prevenzione ci ricorda quanto l’idratazione sia alla base della salute metabolica, renale e cardiovascolare.
Eppure la qualità dell’acqua continua a essere percepita come un tema distante. Un problema ambientale. Una questione normativa. Un dossier tecnico da lasciare agli enti di controllo, ai gestori del servizio idrico, alla politica.
Per chi opera nell’industria agroalimentare, però, questa distanza non è più sostenibile.
L’acqua non è solo ciò che beviamo. È ciò che irriga i campi, alimenta gli allevamenti, entra nei processi produttivi, lava gli impianti, condiziona la sicurezza igienica, influenza la qualità delle materie prime, accompagna ogni fase della trasformazione alimentare.
Quando un corpo idrico è contaminato, vulnerabile o sovrasfruttato, il problema prima o poi entra nella filiera: attraverso le materie prime, i territori di approvvigionamento, i costi industriali, le aspettative dei consumatori, i requisiti dei clienti, le non conformità, la reputazione.
Per questo il tema dell’acqua non può essere letto solo come un problema ambientale o sanitario. È un tema di governance agroalimentare.
Un Operatore del Settore Alimentare non può limitarsi a chiedersi se l’acqua utilizzata nel proprio sito produttivo sia conforme ai parametri di legge. Quella è la base. Ma oggi non basta più.
Serve una visione più ampia, capace di collegare qualità delle risorse idriche, pratiche agricole, capitolati di fornitura, controllo dei contaminanti, gestione dei residui, efficienza nell’uso della risorsa, trasparenza verso il mercato e responsabilità lungo tutta la catena del valore.
È qui che l’industria agroalimentare può fare la differenza. Non solo subendo le politiche pubbliche, ma orientandole. Non solo rispettando regole, ma alzando il livello degli standard. Non solo acquistando materie prime, ma contribuendo a costruire modelli produttivi più coerenti con la salute delle persone, dei territori e degli ecosistemi.
Perché ogni scelta di filiera genera conseguenze. Un capitolato può premiare pratiche agricole più attente. Un audit può diventare occasione di evoluzione, non solo di controllo. Una politica di approvvigionamento può ridurre pressioni inutili sui territori. Un investimento in efficienza idrica può proteggere insieme ambiente, continuità produttiva e competitività. Una scelta industriale può diventare cultura.
E questo riguarda anche noi. Perché chi lavora nel settore agroalimentare non è soltanto un tecnico, un manager, un imprenditore o un responsabile qualità. È anche una persona che beve quell’acqua, mangia quel cibo, vive in quei territori, consegna il futuro ai propri figli.
È da questa consapevolezza che nasce la differenza. “Nutrire il Bene” (10) significa anche questo: riconoscere che non esiste separazione tra ciò che produciamo, ciò che consumiamo, ciò che respiriamo, ciò che beviamo e ciò che lasciamo alle generazioni future.
La qualità dell’acqua è uno dei fondamenti invisibili della qualità alimentare. E chi ogni giorno prende decisioni nella filiera agroalimentare ha oggi una responsabilità straordinaria: trasformare questa consapevolezza in scelte concrete, prima che siano solo le emergenze, le infrazioni o le crisi reputazionali a imporre il cambiamento.
Link di approfondimento:
- Commissione Europea, procedura d’infrazione direttiva 2020/2184 ↩︎
- ISPRA Rapporto n. 427/2026 sullo stato delle acque italiane ↩︎
- MEALeFOOD – Il nostro pane quotidiano sotto pressione ↩︎
- Studio associazione nitrati e sottoprodotti disinfezione e rischio cancro prostata ↩︎
- Studio di revisione su effetti sulla salute da assunzione nitrati da acqua potabile ↩︎
- MEALeFOOD – PFAS e alimenti: la contaminazione cresce, serve l’impegno delle imprese ↩︎
- MEALeFOOD – Nuove evidenze: il glifosato causa leucemia nei topi già a dosi considerate sicure ↩︎
- MEALeFOOD – Inquinamento da PFAS nelle acque potabili: una sfida sistemica da affrontare ↩︎
- MEALeFOOD – Pesticidi, tumori pediatrici e l’urgenza di “Nutrire il Bene”: riflessioni per un agroalimentare consapevole ↩︎
- MEALeFOOD – Nutrire il Bene ↩︎